Intolleranza al lattosio: cosa si deve sapere

Il lattosio è diventato ultimamente la componente più discussa di latte e latticini e sempre più persone si definiscono intolleranti.

Che cos’è il lattosio?

È lo zucchero principale del latte, a livello dell’intestino viene diviso in due zuccheri semplici: glucosio e galattosio dall’ enzima chiamato lattasi.

Cos’è l’intolleranza al lattosio?

È l’incapacità di digerire il lattosio. L’intolleranza primaria al lattosio è dovuta alla mancanza della lattasi, che appunto ne permette la digestione, dividendolo in glucosio e galattosio (zuccheri semplici), perché possano essere assorbiti a livello intestinale. Se rimane lattosio non digerito si possono verificare disturbi gastrointestinali di varia entità, questo perché aumenta la fermentazione batterica.

Perché si verifica l’intolleranza al lattosio?

Perché l’attività della lattasi è normalmente presente alla nascita (l’enzima è espresso nell’uomo già alla ventitreesima settimana di gestazione e raggiunge il massimo a fine gravidanza) e la sua attività rimane alta finché il neonato e poi il bambino dipendono dal latte materno per sopravvivere. Poi l’attività dell’enzima comincia a ridursi a partire dai 2 anni di età, fino a ridursi quasi totalmente con la pubertà (11-12 anni) e nell’adulto arriva ad un decimo del suo valore alla nascita. La normalità dovrebbe quindi essere che nell’adulto il latte non venga più digerito. Non è così perché con l’evoluzione, l’uomo ha sviluppato il gene LCT, in grado di far produrre la lattasi, quindi rimane l’attività digestiva.

Perché alcuni non hanno il problema di digerire il latte?

Perché la mutazione genetica che da la capacità anche da adulti di digerire il latte si è diffusa in alcune popolazioni. Si distinguono così due gruppi: lattasi persistenti, in grado di digerire il lattosio e lattasi non persistenti, che invece non lo digeriscono, per cui dallo svezzamento in poi hanno una produzione limitata di lattasi. Questo causa in età adulta l’intolleranza al lattosio: spesso, la riduzione della lattasi è solo parziale e la quantità di lattosio tollerata è variabile da persona a persona e si può anche modificare nel tempo. Anche perché la lattasi è un enzima inducibile, cioè se rimane la capacità di produrlo più lattosio si introduce più ne viene prodotto, al contrario se il lattosio non è assunto con la dieta, la sua produzione cala. Per questo, chi non ha una intolleranza al lattosio provata non dovrebbe smettere di assumerlo, perché non è un provvedimento necessario, altrimenti si rischia di sviluppare sintomi quando si assumono latte e derivati perché l’organismo non è più abituato a produrre la lattasi. In Italia la percentuale di soggetti senza attività lattasica varia da un 30% al nord fino ad un 70% al sud.

Quali sintomi indicano una possibile intolleranza?

I sintomi più comuni sono a livello gastrointestinale: dolore, meteorismo, diarrea, feci acquose, flatulenza, i sintomi devono insorgere da una a poche ore dopo l’assunzione di latte e derivati o alimenti contenenti lattosio.

Qual è la terapia?

La dieta a ridotto contenuto di lattosio. Il lattosio si trova in quantità variabile nel latte e nei suoi derivati, in tutti gli alimenti che lo contengono come ingrediente (leggere attentamente le etichette) e anche come eccipiente in farmaci. Per i formaggi, tanto più lunga è la stagionatura, tanto meno se ne ritrova perché è usato dai batteri (parmigiano, pecorino, grana ne contengono di solito meno dello 0,5%). Di solito anche chi è intollerante al lattosio sopporta i formaggi a pasta dura e lo yogurt. In particolare le persone con bassissima tolleranza al lattosio devono fare attenzione alle fonti nascoste: si ritrova in più del 20 % dei farmaci con ricetta medica e circa il 6% di quelli da banco e si trova in tanti prodotti alimentari commerciali: biscotti, torte, cereali, pane, prodotti da forno, barrette…

Le alternative ormai sono moltissime: sul mercato si trovano prodotti in cui il lattosio viene rimosso oppure con l’aggiunta di enzimi che idrolizzano il lattosio. Ci sono anche alternative di origine vegetale al latte vaccino: latte di avena, orzo, riso, soia, mandorle, cocco, nocciola, canapa, quinoa.

Il consiglio è quello di verificare se effettivamente è presente un intolleranza, prima di eliminare del tutto certi alimenti dalla dieta sostituendoli con altri (alcuni tipi di latte vegetale sono ricchissimi in zucchero), e poi verificare il proprio livello di tolleranza, rivolgendosi a chi è del settore si può impostare un’alimentazione che soddisfi le necessità e i fabbisogni di ognuno a seconda anche dell’età e dell’attività svolta.